Lavorare meno, vivere di più e meglio

Rallentare. Una pratica di lentezza dell’esistenza, un vivere “slow” che va anche sotto il nome di “downshifting” – letteralmente, scalare le marce.

“Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo può spendere” diceva Teofrasto, l’antico filosofo e botanico greco.

Era vero ieri. Lo è ancor di più oggi.

Sono cambiate le abitudini e i costumi, ma i pilastri fondamentali sui quali si regge e si misura la qualità della vita di ognuno di noi, sono gli stessi da sempre e a tutte le latitudini.

E il tempo è uno di questi.
Quel tempo che si dilata e si restringe – ma che resta sempre uguale a se stesso – a seconda di come lo guardi scorrere o lo manipoli; quel tempo che accompagna e scandisce le nostre vite e che spesso ci scivola tra le mani come sabbia. Perché non è mai abbastanza.
 

Se faccio un bilancio delle mie giornate, mi rendo (ahimè) conto di quanto siano dominate dalla fretta, imprigionate nel tentativo di comprimere in uno spazio sempre più ristretto un quantitativo via via più grande di attività e doveri che manderebbero in tilt anche la più organizzata e allenata delle mogli-mamme-lavoratrici.

Sarò sincera, non è bello arrivare a sera con l’eco del ticchettìo delle lancette nelle orecchie e con in più la frustrazione di non essere riuscita a organizzare la mia giornata come avrei voluto.

Una giornata che spesso finisce per diventare una catena di azioni ripetitive lavoro-telefono-email-cosedafare-appuntamenti-impegni.
Una giornata nella quale dettare il ritmo è quella scatola piatta e metallica che staziona sulla scrivania e nella mia testa: il computer.

Risultato: addio relax, momenti di svago e risate con le amiche, tutto rimandato a un momento indefinito (che non arriva quasi mai) e sacrificato sull’altare del dio lavoro.

Questo ritmo di non-vita mi costringe a sacrificare a momenti preziosi, come quelli dedicati al gioco con mio figlio, che ogni tanto mi guarda e dice: “mamma, basta stare al computer. Stai con me”. Con sensi di colpa annessi e connessi. Provare per credere.

Del resto, penso che non sia capitato solo a me: il tempo sul lavoro aumenta di giorno in giorno, così come la quantità di cose da fare, col rischio di farsi fagocitare e di perdere lo sguardo sulla vita privata che a poco a poco si riduce sempre di più. Perché per quanto ci sforziamo, non possiamo averla vinta sul tempo.

E allora ho deciso: da oggi si cambia. O, almeno, ci si prova!

La mia nuova sfida è e sarà adottare un nuovo stile di vita, rovesciare la prospettiva, riorganizzare le priorità in nome di una nuova – e migliore – qualità dell’esistenza e di un più sano equilibrio tra lavoro e famiglia, tra work e life balance, come dicono gli inglesi.

In una parola: rallentare.
Una pratica di lentezza dell’esistenza, un vivere “slow” che va anche sotto il nome di “downshifting” – letteralmente, scalare le marce.
Si tratta di un vero e proprio fenomeno sociale che ha preso piede a metà degli anni ’90, ma che in Italia è ancora poco conosciuto e poco praticato a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Australia.

Da oggi il mio nuovo must sarà questo: vivere con semplicità, riprendere fiato e riportare al centro della giornata e dell’esistenza la mia sfera emotiva e i miei affetti.

In poche parole, godermi la vita.

E ora scusate, ma il tempo per il computer è scaduto. Adesso si gioca!

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